Mirko Molteni
È stato il grande fiume a creare la Padania, colmando un antico golfo marino coi suoi depositi alluvionali. Ma ciò accadeva milioni di anni fa. Con lo sviluppo industriale del XX secolo il Po ha rischiato di diventare un fiume morto, a causa dei rifiuti scaricati nel suo bacino.
Oggi il fiume resta malato, seppure non in modo grave come il Lambro degli anni Settanta. Se ne è parlato a Milano nel recente convegno “Dolci acque di Lombardia”, i cui maggiori promotori erano l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo e Colorno e l’associazione Slow Food, famosa per il recupero delle tradizioni alimentari nostrane in contrapposizione ai famigerati “fast food” americani, col patrocinio della Regione Lombardia. La salute del fiume è stata analizzata con stretta attinenza alla tradizione della pesca, dell’acquacoltura e più in generale della ricchezza gastronomica fiorita nei secoli lungo il grande fiume. Perché salvare il Po significa anche salvare tutta una cucina a base di pesce fluviale scritta nella memoria storica dei Lombardi.
Lo spunto è stato il viaggio lungo il fiume compiuto nel 2007 da 180 studenti del suddetto ateneo, il cui rettore Alberto Capatti ha spiegato: «La nostra università gastronomica ha voluto commemorare così il 50esimo anniversario del celebre spedizione “Alla ricerca dei cibi genuini” realizzata nel lontano 1957 da Mario Soldati per la nascente Rai Tv. Ma il parallelo non si ferma qui. Così come allora c’era la preoccupazione per una tradizione che scompariva, oggi abbiamo paura dell’inquinamento e delle coltivazioni geneticamente modificate». Il comitato scientifico che affiancava gli studenti ha esaminato l’ambiente del Po, presentando i risultati al convegno in questione. Il biologo Silvio Greco, in particolare, ha rimarcato: «Il Po parte dal Monviso purissimo e si riempie man mano di rifiuti anche a causa degli allevamenti di bovini e cavalli fioriti lungo le sponde. Dopo gli anni Cinquanta è stato il più classico esempio di gestione criminale di una risorsa. Vi si preleva spesso troppa acqua per colture di mais che prima non esistevano, aggravando la siccità. E si sbancano le rive a caccia di sabbia per l’edilizia. Poi c’è il problema delle specie animali allogene, introdotte dall’uomo, che scacciano la fauna indigena. Fra le più note, il terribile pesce siluro e la rana toro. Occorre varare un unico organismo a tutela del fiume, superando le incertezze dovute alla frammentazione di competenze tra molte provincie».
L’ing. Roberto Ducco, comunque, ha precisato che il quadro non è poi catastrofico: «In lunghi tratti la qualità dell’acqua del Po è risultata complessivamente buona. Anche perché è stata riscontrata una grande vitalità dei piccoli invertebrati, considerati una sorta di “termometro” della situazione. Abbiamo però registrato certi picchi di metalli pesanti in corrispondenza di alcuni affluenti. Ad esempio c’è molto cadmio nei punti in cui il fiume riceve le acque dell’Olona e dell’Adda. Il mercurio abbonda invece alla confluenza col Mincio, mentre lo zinco è diffuso un po’ dappertutto. In sostanza, possiamo quindi dire che il fiume è malato, ma non in modo grave». L’equilibrio non è del tutto spezzato e il pesce del Po, e in genere delle acque dolci lombarde, può ancora rappresentare molto per le nostre tavole.